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Prime considerazioni in ordine alla relazione del Ministro della Salute

Prime considerazioni in ordine alla relazione del Ministro della Salute

 

Procreazione assistita e aborto volontario

Tra le innumerevoli cifre che la Relazione del Ministro della Salute riporta, un dato, anche se piccolo, sembra davvero significativo per far comprendere il volto nascosto della fecondazione extracorporea: quello degli aborti volontari.

Sì, perché – come è noto – la legge 40 del 2004 garantisce esplicitamente alle donne che hanno utilizzato le tecniche di fecondazione artificiale la possibilità di ricorrere alle procedure previste dalla legge 194 sull’aborto. La grande sorella, dall’alto dei milioni di aborti legali eseguiti in questi trent’anni, può così prestare la sua opera premurosa alla sorella da poco nata, così da ridurre ancora, per quanto possibile, il numero dei bambini sopravvissuti (circa 7.000 contro oltre 70.000 embrioni o feti morti).

E così in 39 occasioni registrate (l’1% delle gravidanze seguite fino al termine: quindi il numero assoluto reale è presumibilmente circa il doppio) la gravidanza si è interrotta per un aborto "terapeutico", cioè volontario.

Penso ai 36 bambini prodotti con ICSI e FIVET: sono sopravvissuti alla coltura in vitro (mentre altri già morivano), sono riusciti ad attecchire al corpo della madre dopo il trasferimento in utero (tre embrioni trasferiti su quattro muoiono in questa fase e la gravidanza non si instaura), hanno proseguito la vita nel corpo materno senza che intervenisse un aborto spontaneo (avviene nel 22,5% delle gravidanze) o altre complicazioni; hanno visto, quindi, come tutti i bambini nel grembo materno, la possibilità di venire alla luce: ma questa possibilità è stata eliminata dalla madre che li aveva voluti, che li aveva prodotti.

E che dire dei due embrioni scongelati? Avevano vissuto per un tempo indeterminato nel limbo della temperatura sotto zero, erano riusciti, poi, a sopravvivere allo scongelamento (uno su quattro non sopravvive a questa fase) e al trasferimento in utero (sopravvive un embrione scongelato su sei) e al pericolo di aborto spontaneo e poi hanno condiviso la sorte degli embrioni nati con tecniche a fresco.

E penso alle madri: che si erano sottoposte a ripetute stimolazioni che sconvolgevano il loro corpo e poi ad umilianti prelievi di ovociti; che, per il desiderio di un figlio proprio, avevano impostato la loro vita sui tempi delle tecniche, in estenuanti attese, numerose delusioni, nuove speranze; e che (al contrario di tante altre donne che non erano riuscite ad instaurarla) avevano visto i segni di una gravidanza e avevano scacciato i timori di un aborto spontaneo, spesso intervenuto senza nessun motivo apparente: chi, e perché, le ha convinte ad abortire, chi le ha spinte a dare l’addio al figlio che stava crescendo nel loro corpo, forse nella speranza di un altro bambino da creare?

La fecondazione extracorporea è una tecnica di vita o una tecnica di morte?

Giacomo Rocchi

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