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Obiezione di coscienza di fronte alla Legge 40

Qualche giorno fa ho partecipato a Roma, insieme ad altri relatori, ad un convegno nazionale dedicato alla fecondazione artificiale e alla legge 40/2004, che ha regolamentato la materia nel nostro Paese. In quella sede autorevole, in una università pontificia prestigiosa, ho avuto conferma di un fatto che giudico strano e allarmante: e cioè che, misteriosamente, nessuno – e intendo dire proprio nessuno – in questi mesi sta parlando della facoltà, prevista dalla legge 40, di rendere obiezione di coscienza alla fecondazione artificiale. Nel dibattito intorno alla legge sulla fivet si trova il modo di discutere di tutti gli aspetti particolari, pure importanti, e perfino dei dettagli, ma si preferisce lasciare da parte la questione di fondo. Quella che, per intenderci, chiamerei opzione fondamentale, e che risponde a una domanda ben precisa e stringente. E cioè: esiste una fecondazione artificiale moralmente e giuridicamente accettabile? La risposta, fondata su una serie di argomenti seri e ragionevoli, sta tutta in un monosillabo: no. Invece, a furia di discutere di fivet omologa o eterologa, di congelamento e diagnosi preimpianto, di coppie di fatto e omosessuali, si perde di vista il problema dei problemi, la scelta etica e giuridica dalla quale discendono poi tutte le singole decisioni: se si possa o non si possa, secondo retta coscienza, cooperare a una qualsiasi tecnica che comporti il concepimento extracorporeo di una nuova vita. La legge – l’unica nel nostro ordinamento insieme alla legge 194 del 1978 sull’aborto – prevede all’articolo 16 la facoltà di obiezione di coscienza per il personale sanitario. Si tratta di una previsione importantissima che rivela da un lato l’imbarazzo del legislatore di fronte a pratiche intrinsecamente antigiuridiche, e dall’altro determina un obbligo morale senza eccezioni per tutti i medici e gli infermieri cattolici – oltre alle persone di buona volontà – che in alcun modo possono partecipare a queste tecniche. L’obiezione di coscienza doveva essere resa entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge, ma siccome l’articolo 16 è passato sotto totale silenzio, credo che nessuno abbia presentato tale istanza. Me ne chiesero conto alcuni medici durante una trasmissione radiofonica, poiché non sapevano a chi rivolgersi per avere indicazioni pastorali in merito. Ora l’obiezione può essere resa al direttore dell’azienda sanitaria o ospedaliera, o al direttore sanitario per le strutture private autorizzate o accreditate, e produrrà effetti entro un mese dalla presentazione stessa. Lo strano silenzio di cui parlavo all’inizio risulta ancor più inspiegabile se confrontato con quanto avvenne all’indomani dell’approvazione della legge 194 del 1978. Quando in Italia fu legalizzato l’aborto, l’episcopato assunse una posizione pubblica molto netta, con la quale ricordava le sanzioni canoniche per gli autori di un aborto procurato, ed esortava decisamente medici e infermieri a esprimere obiezione di coscienza a una legge iniqua. E’ legittimo attendersi – stante il chiaro insegnamento della Chiesa anche in materia di procreazione umana (si veda soprattutto Donum vitae e Catechismo della Chiesa cattolica) – che lo stesso obbligo sussista oggi rispetto alla legge sulla fecondazione artificiale. Poiché delle due l’una: o la fivet omologa, attuata a norma di legge, coincide con la buona pratica clinica secondo la Chiesa, e allora bisogna riscrivere il catechismo; oppure, ed è questa l’unica risposta seria, la fivet omologa rimane gravemente illecita e nessun cattolico deve praticarla. Stante poi, è ovvio, la libertà di sbagliare e di infischiarsene di questo monito. Perché mai di fronte alla legge 40 non si parla per nulla di obiezione di coscienza? Forse per la semplice ragione che il mondo cattolico appare impegnato, animato dalle migliori intenzioni, in uno sforzo apologetico che tende a sottolineare solo e soltanto gli aspetti positivi della norma approvata dal Parlamento italiano. Il che può avere senso se - lasciando da parte per un momento i principi, mettendo fra parentesi l’opzione fondamentale – si sostiene che la legge 40 è di gran lunga la meno permissiva in Europa; o che la legge contiene alcuni spunti innovativi rispetto alla tutela giuridica del non nato. E, ancor più pragmaticamente, si può capire che i cattolici non vogliano portare acqua al mulino diabolico dei radicali, che coerentemente con i tempi belli di Pannella-Bonino-Rutelli, non perdono l’occasione per fare anche quest’altra brutta battaglia per la morte degli innocenti. Ma, detto e riconosciuto tutto questo, rimane l’appuntamento più importante, quello con la verità tutta intera. Un appuntamento che il mondo cattolico non può mancare per ragioni di basso profilo strategico o politico. La legge 40 non è affatto una legge che salva i principi, ma che purtroppo si conferma intrinsecamente ingiusta, ancorché miglioratrice di una situazione de facto molto grave. La verità dunque ci obbliga a dire a tutti – a cominciare dalle strutture di ispirazione cristiana dove oggi si fa la fivet “secondo legge” – che è un grave dovere morale dire no a queste tecniche disumanizzanti attraverso lo strumento dell’obiezione di coscienza. Sarebbe bello se da domani i nostri pastori, i sacerdoti, gli educatori, i catechisti, i docenti universitari, e chiunque può parlare a qualcuno che può ascoltare, dicessero che la fecondazione artificiale si merita un semplicissimo ma fermo rifiuto. Che non costa per altro il martirio o il posto di lavoro, ma che si può ottenere in carrozza, invocando un articolo di quella stessa iniqua legge.
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