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Manifesto Appello testamento biologico

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Manifesto-appello

Contro la legge sul testamento biologico

Contro ogni eutanasia

 

Il giudizio

  1. Il Parlamento italiano sta per discutere e votare una proposta di legge sul cosiddetto “fine vita”. Il Comitato Verità e Vita intende esprimere – in forma pubblica e argomentata - un giudizio decisamente negativo sul testo di legge già approvato dal Senato della Repubblica. A questo scopo, Verità e Vita promuove un Manifesto appello, aperto all'adesione di tutti coloro che non approvano i contenuti e gli effetti di questa legge, e che quindi auspicano non diventi mai legge dello Stato.
  2. Il nostro giudizio negativo non nasce da alcun atteggiamento pregiudiziale, non si fonda su affrettate valutazioni di natura emotiva, non disconosce le buone intenzioni e gli sforzi di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano per l'approvazione di questo testo di legge.
  3. Il nostro giudizio nasce invece da una attenta, minuziosa, approfondita valutazione dei contenuti della proposta di legge, dall'analisi tecnicamente documentata degli effetti che una simile legge produrrebbe nell'ordinamento, e dal fermo riferimento ai principi che ispirano la nostra associazione.
  4. Infatti, il Comitato Verità e Vita, fin dal suo atto costitutivo, si è assunto il compito di “impegnarsi per denunciare pubblicamente, senza cedimenti e compromessi, l'esistenza di leggi intrinsecamente ingiuste, quali la legge 194/1978 sull'aborto volontario, la legge 40/2004 sulla fecondazione extracorporea e ogni legge che dovesse rendere lecita la pratica dell'eutanasia comunque denominata”.
  5. Vale la pena di ricordare che l'uccisione intenzionale di un essere umano, realizzata con comportamenti attivi o omettendo cure doverose, con o senza il consenso della vittima, è sempre in ogni caso illecita e deve essere vietata e punita dalle leggi dello Stato.

Cultura della morte: strategia della menzogna & eliminazione dei difettosi

  1. Verità e Vita è consapevole di quanto tale compito sia arduo: operiamo in una società in cui gli attacchi alla vita di tutti gli uomini in condizioni di debolezza – embrioni in vitro, bambini prima della nascita, neonati prematuri, disabili, anziani poveri e in condizioni mentali precarie, persone in stato di incoscienza, persone affette da malattie progressive, morenti – si moltiplicano con modalità sempre più aggressive.
  2. Come sempre, la strategia della “cultura della morte” si affida all'astuzia e alla menzogna: la cruda verità viene nascosta dietro espressioni volutamente neutre: procreazione medicalmente assistita o PMA, interruzione volontaria di gravidanza o IVG, autodeterminazione del paziente, dichiarazioni anticipate di trattamento o DAT lasciando credere siano cosa diversa dal testamento biologico.
  3. I nemici della vita sanno imporre la menzogna per nascondere la realtà di quanto sta avvenendo: così l'embrione e il bambino prima della nascita scompaiono, della loro cruenta uccisione non si deve parlare; e ancora si insinua che quella dei disabili incoscienti non sia una “vera vita” e quindi che la loro soppressione non sia una “vera uccisione”.
  4. Si sta sempre più affermando la pretesa di distinguere tra vite degne di essere vissute e vite indegne, inutili, superflue, costose per la collettività: vite di “non persone” o di uomini che “persone devono ancora diventare”, vite che qualcuno può decidere di sopprimere sulla base di qualunque esigenza o desiderio o necessità. Uomini senza diritti, uomini che devono farsi da parte, in un modo o nell'altro.
  5. Le democrazie moderne si avviano così a negare quei principi fondamentali che rendono le società civili. Diritti riconosciuti fin dall'antichità nella dottrina del diritto naturale e ancora ribaditi nelle grandi Dichiarazioni sui diritti umani approvate negli ultimi secoli vengono spazzati via dal “totalitarismo gentile” dell'eugenetica legalizzata. Le società dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni uomo si trasformano in quelle che garantiscono i diritti dei più forti, dei più ricchi, dei più sani, contro i più deboli e indifesi che vengono schiacciati ed uccisi. In nome della pietà.

La legge sul fine vita: a chi gioverà veramente?

  1. Nonostante alcune apparenze e alcuni espedienti linguistici, l'approvazione della cosiddetta “legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento” costituirebbe un ulteriore passo nella direzione della cultura di morte, e aprirebbe la strada all'eutanasia legalizzata.
  2. La legge sul fine vita è un successo. Ma è un successo per coloro che in questi anni si sono impegnati nella costruzione di casi mediatici – su tutti la vicenda di Eluana Englaro, fatta morire di fame e di sete – allo scopo di “costringere” il Parlamento a legiferare in una materia già ampiamente presidiata dall'ordinamento giuridico, mediante il principio costituzionale di indisponibilità del diritto alla vita.
  3. Oggi, in Italia non è lecito togliere la vita anche a chi ne faccia richiesta (omicidio del consenziente); non è lecito togliere la vita a chi non abbia potuto o voluto chiederlo (omicidio volontario); non è lecito aiutare qualcuno a uccidersi (istigazione al suicidio). Di più: il legislatore – ben consapevole che rendere efficace la volontà di farsi uccidere spalanca la porta ad uccisioni che prescindono da qualunque manifestazione di volontà – ha comunque reso del tutto inefficaci le richieste di morte provenienti da soggetti incapaci o in stato di deficienza psichica o minacciati, ingannati o suggestionati.
  4. Come aggirare, allora, questo solido ostacolo alla discriminazione nei confronti delle categorie di uomini in stato di debolezza? La soluzione è una, anche se ha molti nomi: testamento biologico, dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT), living will. L'idea è semplice: approvare una qualunque legge che, pur dichiarando nei suoi preamboli il divieto di ogni eutanasia, preveda l'efficacia giuridica di volontà espresse in precedenza. In questo modo viene svuotato dall'interno il divieto di suicidio assistito, così da permettere che certi malati non siano curati e nemmeno nutriti e idratati.
  5. Così – senza nemmeno usare le parole “omicidio” o “suicidio” – diventerà possibile procurare la morte di pazienti che si trovano in determinate condizioni. La fittizia autodeterminazione porta automaticamente con sé la sostanza di ciò che si vuole ottenere: l'eutanasia dei malati. Anche in assenza della loro volontà.

La legge sul fine vita: ecco perché dire no

Purtroppo, il progetto di legge approvato dal Senato della Repubblica e attualmente in discussione alla Camera dei Deputati realizza compiutamente questo risultato. E lo realizza ben al di là delle intenzioni delle forze politiche e culturali che lo sostengono, convinte, spesso in buona fede, che questa legge sia “per la vita” e “contro l'eutanasia”.

Il Comitato Verità e Vita, fedele al suo compito di denunciare senza compromessi l'ingiustizia delle leggi che attentano alla vita degli uomini, segnala a tutte le persone oneste e di buona volontà la vera sostanza di questa normativa.

1) Altri possono scegliere al posto del paziente.

a) Nel testo sul fine vita è previsto (articolo 5 commi 6 e 7) che il tutore può decidere per l'interdetto, il curatore per l'inabilitato, l'amministratore di sostegno per l'assistito, i genitori per i figli minori. Stiamo parlando di assegnare a terze persone la decisione sulla vita e sulla morte di un paziente che non può dire alcunché (v. Eluana Englaro).

b) Il potere che il progetto di legge attribuisce a questi soggetti è enorme: essi possono rifiutare qualunque terapia per i loro assistiti e ai medici è vietato somministrare terapie in mancanza di consenso (articolo 2 comma 1), tanto che in caso di mancato consenso essi dovranno – se vorranno, ma senza essere obbligati a farlo – ricorrere al Giudice (articolo 8 comma 2).

c) I rappresentanti legali dei minori e degli incapaci possono rifiutare anche terapie salvavita (articolo 2 comma 7 e 3 comma 3): possono, cioè, rinunciare – per conto dei loro rappresentati – ad “ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto ( da essi ritenute ) di carattere straordinario o sperimentale”: in sostanza possono lasciar morire per mancanza di terapie i loro assistiti e perfino rifiutare l'inserimento degli strumenti di nutrizione e idratazione artificiale.

d) I limiti a questo potere sono sostanzialmente apparenti : il medico non è obbligato a chiedere l'autorizzazione giudiziaria in caso di mancato consenso e i tutori o genitori dovranno soltanto seguire come “scopo esclusivo la salvaguardia della salute psicofisica” degli interdetti o dei minori: suprema beffa in un sistema in cui la tutela della salute può non coincidere con la difesa della vita e nel quale nessuno potrà intromettersi nella decisione dei rappresentanti legali .

e) In queste poche norme vi è già il via libera all'eutanasia per legge dei neonati prematuri con grave rischio di disabilità e di tutti i pazienti privi di coscienza che, una volta interdetti, saranno messi nelle mani dei loro tutori, anche in assenza di un testamento biologico .

2) La distruzione dell'arte medica

a) L'articolo 1 comma 1 lettera f) vieta al medico “trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obbiettivi di cura”. Il divieto di accanimento terapeutico avrebbe senso se si riferisse ai pazienti terminali, per i quali, in conseguenza di una malattia inguaribile e progressiva, la morte è prevista dai sanitari come imminente e inevitabile. Ma il progetto di legge estende il concetto di accanimento terapeutico anche ai casi di morte non imminente o non inevitabile; con l'espressione “pazienti in stato di fine vita” spalanca le porte a coloro che vedono l'accanimento tutte le volte in cui le terapie prestate non corrispondono alla loro volontà.

b) Ma questo divieto riguarda anche le terapie prestate ai minori e agli incapaci: ecco aperta la strada ad azioni giudiziarie di tutori o genitori contro i medici per costringerli ad interrompere cure da loro ritenute straordinarie, “sproporzionate rispetto agli obbiettivi” (ma se una persona è in stato vegetativo, quali sono gli obbiettivi?). Ecco, ancora, il via libera alle direzioni degli ospedali che – in ragione delle esigenze di spesa – potranno vietare ai propri medici determinate terapie. E, perché no, alle Presidenze delle Aziende Sanitarie per dettare linee guida in cui si definiranno certe cure sproporzionate o inadeguate.

c) Ma l'intimidazione dei medici, lo svuotamento della loro professionalità, l'impedimento ad ogni iniziativa individuale è completata e perfezionata dalla solenne proclamazione secondo cui “ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole”, combinata alla previsione secondo cui la volontà del paziente “si esplicita in un documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica”.

d) Il medico non ha più la missione – difficile, piena di responsabilità e di professionalità, affascinante – di tutelare la nostra salute e, se possibile, di salvare la nostra vita dalle malattie: non è più la persona di cui ci fidiamo e sul cui impegno, scrupolo, coraggio possiamo contare; è l'esecutore delle nostre volontà, il burocrate che – senza un foglio scritto – non si muove, non può muoversi.

e) Senza consenso scritto (anche da parte dei tutori e dei genitori) i medici non hanno nessun obbligo di intervenire nei confronti dei malati; anzi: hanno il divieto di intervenire. E così la morte – per inedia o disidratazione o per omissione di terapie – non sarà più imputabile all'inerzia del medico, che non avrà alcuna responsabilità.

3) Le DAT, ovvero l'illusione dell'autodeterminazione.

a) Tutto questo avviene prima e a prescindere dalle norme sul testamento biologico: norme che appaiono, così, uno specchietto per le allodole per nascondere la vera sostanza della legge. Anche le norme sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento mostrano quanto poco al legislatore interessi la volontà di ciascuno di noi, sano o malato.

b) In base all'articolo 4 commi 1 e 2, è sufficiente la firma apposta su un foglio dattiloscritto per attuare le DAT. E' singolare: per lasciare una casa in eredità bisogna scrivere il testamento di proprio pugno, per la sicurezza che chi scrive sappia quello che dispone: per far morire lecitamente per mancanza di cure salvavita basta la firma di un diciottenne.

c) Il testo parla di una “compiuta e puntuale informazione medico-clinica” che dovrebbe essere fornita prima della firma: ma quale informazione seria può essere fornita ad una persona in piena salute spinta ad immaginarsi una condizione di malattia futura e incerta? Quanti e quali patologie il medico di famiglia dovrà rappresentare al suo assistito per essere sicuro che egli abbia una “piena consapevolezza”? Tutte quelle che possono portare alla morte?

d) Chi garantirà che chi firma lo faccia “in piena libertà” (articolo 4 comma 2)? Il medico di famiglia che, tra una prescrizione e l'altra, dovrà far firmare le dichiarazioni anticipate? Chi tutelerà i soggetti rimasti soli che si sentono abbandonati e di peso agli altri, oppure le persone affette da depressione? Il medico sarà in grado di rendersi conto se c'è “minaccia, suggestione o inganno”?

e) Non è davvero un caso che un grande potere venga attribuito al fiduciario dell'incapace (articolo 6): ancora una volta sarà lui – e non l'ingenuo firmatario delle dichiarazioni anticipate – a decidere se e come curare l'incapace, a negare il consenso alle terapie e a instaurare controversie contro il medico che si ostina a seguire la propria coscienza (articolo 7 comma 3).

f) E' vero che la proposta di legge non permette di inserire nelle DAT quelle indicazioni che integrino le fattispecie di omicidio del consenziente o di aiuto al suicidio (articolo 3 comma 4); e che si vieta al medico di prendere in considerazione indicazioni orientate “a cagionare la morte del paziente” (articolo 7 comma 2); ma queste disposizioni si potranno applicare, in realtà, all'uccisione diretta e attiva del paziente; non all'omissione di cure: l'eutanasia – lo sappiamo – si esegue anche così, omettendo di curare uomini o bambini che, se assistititi, sopravvivrebbero (abbandono terapeutico).

g) E' vero che le dichiarazioni anticipate sono definite dalla proposta di legge “non obbligatorie” (articolo 4 comma 1); ma il riferimento è all'obbligo del singolo medico: esse saranno giuridicamente efficaci verso la struttura sanitaria e l'ordinamento in generale e il medico recalcitrante sarà sostituito da uno disponibile.

Conclusioni

Verità e Vita non può che dire fermamente no alla proposta di legge sul fine vita. L'Italia non ha bisogno di questa legge: auspichiamo che venga respinta, consapevoli che – a prescindere dalle intenzioni di chi la sostiene e da alcune dichiarazioni di principio condivisibili – essa introduce l'eutanasia legale nel nostro Paese.

Il testo proclama di “riconoscere e tutelare la vita umana quale diritto inviolabile e indisponibile” (articolo 1 comma 1 lettera a), ma vi è in questo un'inquietante analogia con il legislatore della legge 194, che affermava di “tutelare la vita dal suo inizio”, e poi rendeva lecito l'aborto a richiesta.

Non esiste nessun male minore da evitare: per impedire il ripetersi di altri casi come quello di Eluana Englaro basterebbe una legge che vietasse l'interruzione di alimentazione e idratazione artificiale ai soggetti incoscienti, che siano in grado di riceverla con beneficio.

Solo mantenendo integro il divieto di omicidio del consenziente e di suicidio assistito, e valorizzando l'arte e la professionalità dei nostri medici, potremo davvero rispettare la vita e la dignità di ogni uomo.

Il Comitato Verità e Vita

11 gennaio 2010

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