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Denunciare gli abusi e imparare dagli errori

Denunciare gli abusi e imparare dagli errori

 

Com'è noto, la legalizzazione dell'aborto tende di per sé ad abituare ed addormentare la coscienza pubblica, rendendola sempre meno sensibile alla difesa della vita prenatale. Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia: la dinamica dell'abortismo legalizzato tende di per sé ad aggravare i problemi, suscitando drammi e ponendo domande che favoriscono crisi di coscienza capaci di spingere la gente a trovare risposte e soluzioni decisive in difesa della vita.

Gli "abusi" accaduti in Italia

Lo dimostrano i recenti fatti accaduti in Italia nei primi mesi del 2007 e le reazioni che hanno suscitato. La persistenza dell'aborto clandestino, specie presso le donne extra-comunitarie, che dimostra come l'omicidio prenatale non possa essere eliminato legalizzandolo; il fatto che l'Ordine dei Medici tenti di rendere più efficiente il "servizio-aborto" rendendo difficile l'obiezione di coscienza del personale medico; i casi di medici che hanno spinto madri ad abortire i loro figli perché sospetti di malformazioni poi rivelatesi inesistenti; il caso del bimbo di Firenze, nato vivo dopo un aborto tardivo ma morto poco dopo; il caso dell'Ospedale San Camillo di Roma, che chiede alle madri di rinunciare alle cure intensive in favore un feto sopravvissuto ad un aborto tardivo. Tutti questi fatti finiti sui giornali, assieme a molti altri che vengono minimizzati o nascosti, hanno suscitato una certa eco e hanno risollevato il problema dell'aborto presso un'opinione pubblica che non è ancora del tutto addormentata né assuefatta dalla tragedia.

Tutto ciò conferma una verità da tempo accertata: la legge abortista del 1978 ha fallito come prevenzione all'aborto e tutela della maternità, presenta genericità e smagliature che favoriscono gli abusi, non tiene conto delle ultime scoperte scientifiche né delle recenti possibilità di far vivere e curare un nascituro già nei primi mesi di gravidanza, non corrisponde più al sentimento dell'opinione pubblica.

Eppure, ancora una volta, i mezzi di comunicazione "moderati" e cattolici non hanno saputo o voluto approfittarsi adeguatamente di questi casi per mettere sotto accusa la legge abortista chiedendone l'abolizione, o meglio la sostituzione con una legge in difesa della vita. Tutto quello che si è saputo dire, è che questa legge va difesa dalle interpretazioni o applicazioni parziali fautrici di abusi; che questa legge va oggi "integralmente applicata", ossia applicata "anche" nella sua "parte positiva" concernente la tutela della maternità e la promozione di alternative all'aborto. Si arriva al paradosso per cui alcune associazioni cattoliche raccolgono firme non per abolire la legge omicida, ma per assicurarne una "più rigorosa attuazione", sia pure alla lamentosa insegna della frase: "cosa ci tocca difendere!" Altre associazioni si limitano a proporre che la legge venga "corretta" nella sua parte propositiva, in tal modo che – pur preservando la "libertà di scelta della donna", anzi proprio per sottrarla ai condizionamenti – essa offra reali alternative alla drammatica scelta dell'omicidio prenatale.

Ci si comporta quindi come se la legge abortista fosse un dato definitivo e ineliminabile della storia italiana; questo è l'avvilente, disarmante e disfattista messaggio lanciato ad una opinione pubblica che invece all'aborto non si rassegna, anzi diventa sempre più ostile. E poi ci lamentiamo se i politici non fanno nulla per cancellare la legge n. 194, anzi nemmeno per correggerla? E perché mai dovrebbero farlo, se le perfino le associazioni cattoliche ritengono che ciò che conta non è vietare l'aborto ma "promuovere la vita", non è cancellare la legge n. 194 ma "limitarne i danni" nella vita civile?

Il caso del referendum portoghese

Un'altra lezione ci viene dalla vicenda del Portogallo. Come tutti sanno, il Partito Socialista lusitano, che nel 1998 indusse un referendum abortista andato fallito per la massiccia astensione dei cittadini, non si è affatto scoraggiato e nove anni dopo ne ha preteso un altro, presentandolo come "più moderato" in quanto chiedeva solo la depenalizzazione totale dell'aborto e la sua legalizzazione in casi estremi. Una mossa abile, in quanto contava di sfruttare il fatto che gli stessi ambienti cattolici, da molto tempo, sostengono che la donna che abortisce non vada mai punita ma solo "capita ed aiutata".

Questo secondo referendum, tenutosi l' 11 febbraio scorso, è andato anch'esso fallito, in quanto reso invalido dal fatto che ha votato solo il 43,6% dei cittadini; fra questi, solo il 59% ha accettato la proposta socialista, mentre il 41% l'ha rifiutata; ciò significa che meno di un quarto dei portoghesi hanno chiesto di depenalizzare l'aborto, mentre oltre tre quarti hanno chiesto di non cambiare nulla.

Ma una sconfitta numerica può diventare una vittoria psicologica grazie alla magia delle manovre politiche e della propaganda mass-mediatica. Il capo del Governo, il socialista Socrates, ha dichiarato che, anche se il referendum era invalido, contavano solo coloro che avevano votato, per cui quel quarto dei cittadini dichiaratisi favorevoli all'aborto deciso al posto dei tre quarti dimostratisi contrari o disinteressati. Di conseguenza, il premier ha annunciato il prossimo varo di una legge abortista.

Di fronte a questo sopruso palesemente antidemocratico, qual è stata la reazione delle associazioni pro-vita? Hanno denunciato il Governo per abuso di potere? Hanno indetto una massiccia manifestazione di piazza? Hanno minacciato di togliere ogni sostegno alla coalizione politica governativa? Niente di tutto questo: «Vista l'assoluta determinazione con cui Socrates ha annunciato la prossima legge, il fronte del "no" reclama per lo meno una legislazione moderata» (cfr. Avvenire, 22-2-2007). Difatti Isilda Pegado, promotrice del fronte antiabortista, si è limitata a dichiarare che «ci batteremo perché la nuova legge preveda incentivi alla maternità e non sia soltanto un via libera alle pratiche abortive»; João Paulo Malta, uno dei capi del citato fronte, ha chiesto al Governo che lo Stato, avendo assicurato di poter finanziare l'aborto gratuito, spenda altrettanti soldi per «finanziare anche la maternità» (Avvenire, 13-2-2007). La stessa Conferenza Episcopale Portoghese, pur protestando per la violazione della volontà popolare e confermando la propria opposizione all'aborto, ha dichiarato che oramai l'importante è promuovere la tutela della maternità l'obiezione di coscienza del personale medico-sanitario, in modo da «rendere inutile» l'imminente legge abortista (Avvenire, 17-2-2007). Questo atteggiamento è ben riassunto dalla emblematica dichiarazione di mons. Antonio Carrilho, presidente della Commissione Episcopale per il Laicato e la Famiglia; egli ha dichiarato che, «in una società pluralista, tutti hanno diritto di affermare i propri punti di vista, ma senza che ciò significhi creare divisioni e barriere», e ha concluso: «Noi non siamo contro nessuno, siamo per la vita!» (Zenit, 17-2-2007)

Ora, queste prese di posizione sono rovinose, in quanto costituiscono un'ammissione di debolezza, una rinuncia a combattere il nemico avanzante e una dichiarazione di resa anticipata. Non c'è quindi da meravigliarsi se, di fronte a questa così poco determinata opposizione, il determinato premier portoghese si è sentito tanto forte da spingere il Parlamento a varare una legge ben poco "moderata": quella che i socialisti tenevano da tempo pronta nel cassetto, e che prevede non solo la depenalizzazione dell'aborto, ma anche una sua totale legalizzazione nelle prime 10 settimane di gravidanza.

A quanto pare, i portoghesi non hanno imparato nulla dai fallimenti dell'anti-abortismo italiano e spagnolo; speriamo perlomeno noi, oggi, d'imparare qualcosa da quelli dell'anti-abortismo portoghese. Impegnarsi solo per la vita ma non anche contro l'aborto, oppure combattere l'aborto solo nella società civile ma non anche nella politica e nelle leggi, vuol dire "cedere per non perdere", e questo vuol dire condannarsi a decenni d'illusioni e delusioni, sconfitte e rassegnazioni. Quando impareremo dalle astuzie del nemico e dai nostri errori?

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