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29 Marzo 2019

LEGAL DEFENSE OF LIFE AND FAMILY

Verona, 29 marzo 2019

LEGAL DEFENSE OF LIFE AND FAMILY
Verona, 29 marzo 2019

1. Eluana Englaro è morta dieci anni fa a Udine, dopo essere stata portata via da Lecco, dove era amorevolmente accudita, e privata di nutrizione e idratazione, fino a morire di fame e di sete; l'equipe sanitaria aveva agito su indicazione del tutore, a sua volta autorizzato dal decreto della Corte di appello di Milano. In quel decreto si prefiguravano quei giorni di sofferenza che avrebbero preceduto la morte e si disponeva "un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona", nel corso del quale era prevista l' "umidificazione frequente delle mucose". Quindi l'acqua doveva avvicinarsi alla bocca di quella giovane donna, ma con il divieto di dissetarla…
Con la morte di Eluana Englaro è stata portata a termine la prima eutanasia legale nel nostro Paese che, in questo modo, ha raggiunto altri Stati che avevano già riservato lo stesso trattamento ad altri disabili.

2. Quali sono le caratteristiche di quella vicenda? In primo luogo, l'uccisione di una persona divenne una questione privata, che non interessava più alla comunità e rispetto alla quale nessuno doveva e poteva intervenire: il giudice penale prese atto dell'autorizzazione di quello civile e anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo impedì a chiunque di agire per salvare la vita di quella donna. Il via libera all'esecuzione di quel "protocollo" fu data con un decreto, emesso nell'ambito della volontaria giurisdizione e che non venne pronunciato in nome del popolo italiano.
Vi fu, poi, lo stravolgimento della realtà naturale: quella disabile fu considerata "sostanzialmente morta", mentre era invece viva, e il cibo e l'acqua che le venivano somministrati vennero qualificati come terapia, e non come sostegno vitale, il sostegno di cui ciascun uomo ha bisogno, insieme con l'aria per respirare.
Affermare la "morte sostanziale" di colei che si trovava nel cosiddetto "stato vegetativo" significava negare a quella donna ogni dignità: Eluana Englaro non era degna di continuare a vivere perché non si sarebbe risvegliata e perché non era più la ragazza conosciuta prima dell'incidente; la sua era una "non-vita", una "protrazione artificiale della vita" che era necessario interrompere.
Era necessario, però, un altro stravolgimento, un'altra falsità: presentare come un trionfo dell'autodeterminazione, come la vittoria della volontà dell'interessata di morire, quella che era stata la morte procurata decisa da altri, sulla base dei loro criteri di dignità della vita; cosicché si utilizzarono quegli "orientamenti di vita", quello "stile di vita" della giovane di molti anni prima per una grottesca ricostruzione di una volontà presunta, che coincideva per intero con quella – esplicita ed attuale – di chi era stato riconosciuto "voce" dell'incapace.
Infine venne portato a termine il disegno che trasformava medici e i sanitari da alleati del paziente ad esecutori della sua volontà, fino ad affermare che solo il medico – nessun altro - era legittimato a procurare la morte della disabile, con un rovesciamento dell'arte medica e del giuramento di Ippocrate.

3. Nel 2017 il Parlamento ha definitivamente approvato la legge 219 che, sotto l'egida del consenso informato e dell'autodeterminazione del paziente, riprende per intero e sancisce definitivamente i principi che permisero di portare a morte Eluana Englaro.
Fin dall'enunciazione iniziale, la legge tiene distinti diritto alla vita e diritto alla dignità: contro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che riconosce la "dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana", la legge fa intendere che, invece, certe vite possono non essere ritenute degne, soprattutto se manca la capacità di autodeterminazione.
La legge sancisce espressamente la possibilità di procurare la morte al paziente o al disabile sospendendo o negando qualunque terapia salvavita e anche qualunque sostegno vitale: e la morte diventa una questione privata, decisa solo dall'interessato e dal medico. Non più indagini e sentenze: lo Stato dice ai malati che, se vogliono morire, è un affare loro che non interessa a nessuno.
Esattamente come è avvenuto per Eluana Englaro, è sancito il diritto dei legali rappresentanti degli incapaci e dei minori – cioè di coloro che, da sempre, sono gli obbiettivi dell'odio eutanasico: neonati prematuri o malati, disabili psichici, soggetti in stato vegetativo, anziani in stato di demenza – di rifiutare ogni terapia salvavita e anche i sostegni vitali per determinarne la morte: il criterio è quello della "dignità" che, disgiunta dalla vita umana, si trasforma inevitabilmente in un criterio di selezione delle persone.
Ma per tutti, e non solo per gli incapaci, il principio di autodeterminazione assoluta, in base al quale è riconosciuto ad ognuno di rifiutare qualsiasi terapia, anche se utile, rischia di trasformarsi nel suo esatto contrario: il legislatore non fornisce nessuna garanzia di una effettiva informazione e, tanto meno, di una vera libertà morale di colui che è chiamato a certe scelte; anzi, favorisce scelte inconsapevoli o delegate ad altri. La comparsa sulla scena della possibilità di non essere curati e di essere lasciati morire mette a rischio le persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, quelle che si trovano in condizioni concrete di disagio e di abbandono.
La legge permette anche condotte attive di uccisione dei pazienti, riservandole ai medici e strumentalizzando le cure palliative e il ricorso alla sedazione palliativa profonda. La legge enuncia per i medici i principi di competenza, autonomia professionale e responsabilità, ma, al contrario, essi devono prendere atto ed eseguire scelte altrui dettate da criteri diversi da quelli medici e, insieme, sono garantiti da qualsiasi responsabilità civile e penale.
Quindi: nessuna autonomia e nessuna responsabilità; e, soprattutto, obbligo di contribuire alla morte del paziente, esteso a tutte le strutture sanitarie e per il quale non è prevista nemmeno l'obiezione di coscienza.
Il medico non più alleato del paziente, ma esecutore di decisioni di morte ed esente da ogni responsabilità.

4. Il quadro rischia di completarsi nel senso della piena legalizzazione dell'eutanasia in conseguenza dell'ordinanza della Corte Costituzionale n. 207 del 2018, che ha sollecitato espressamente il Parlamento a legalizzare pratiche di suicidio assistito e di omicidio del consenziente nonostante i divieti penali posti dagli artt. 579 e 580 del codice penale.
La Corte suggerisce di svuotare dall'interno i divieti penali, proprio facendo leva sulle procedure dettate dalla legge 219 del 2017 sul consenso informato: naturalmente – così come fece nel 1975, con la sentenza che dichiarò illegittimo il divieto di aborto – la Corte sembra credere che sia necessario e sufficiente aprire un piccolo spiraglio, una minima eccezione per casi particolari; ma la stessa ordinanza – che arriva a raffigurare espressamente "la somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente" e di considerarla garantita dal Servizio Sanitario Nazionale – fa intuire il pericolo di "scenari gravidi di pericoli per la posizione di persone in stato di vulnerabilità": quindi già intende che quello spiraglio si trasformerà nella porta spalancata all'eutanasia non consensuale di tante persone, pagata e garantita dallo Stato.

5. Proprio questa ordinanza deve suscitare nella società e nel Parlamento un sussulto di consapevolezza.
La morte di ogni uomo – sano o malato, capace o incapace, intelligente o inconsapevole, giovane o anziano – deve interessare alla comunità: non possiamo rinunciare definitivamente ad una società basata sulla solidarietà, lasciando entrare i venti che spingono a selezionare le persone e ad eliminare quelle malate, inutili, anziane o che necessitano di terapie costose.
Che società vogliamo diventare? Vogliamo davvero che le persone svaniscano silenziosamente accanto a noi senza che ce ne accorgiamo? E, quanto meno: siamo davvero sicuri che, prima o poi, l'indifferenza della società e dello Stato, se non la spinta verso una morte anticipata, non riguarderà ciascuno di noi?
Contrariamente a quanto chiede la Corte Costituzionale, non dobbiamo affatto estendere i confini della legge 219 fino a giungere a disegnare i medici come esperti di farmaci letali, al pari di certi specialisti che, nel mondo, eseguono le sentenze di condanna a morte!
La legge 219 deve essere abolita: deve essere affermato il principio – che discende direttamente dalla Costituzione, che tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, tanto da garantire cure gratuite agli indigenti – che gli incapaci devono essere sempre curati al meglio e che nessuno può negare loro terapie e sostegni vitali; e ancora, che il suicidio medicalmente assistito non è lecito e che il medico è un alleato del paziente, e non colui che lo sopprime; che disposizioni dettate per un futuro incerto, in mancanza di qualsiasi effettiva informazione, non possono servire – come attualmente le Disposizioni anticipate di trattamento – per giustificare l'abbandono terapeutico dei soggetti in stato di incoscienza.
La dignità è intrinseca ad ogni vita umana: il Parlamento e la società sappiano affermarlo con convinzione e concretamente.

Giacomo Rocchi                                    

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